Paro, Bhutan. In una sala ci sono ministri, funzionari delle Nazioni Unite, agricoltori, studiosi, rappresentanti delle comunità indigene. Ma accanto alle tavole rotonde trovano spazio anche meditazione, mindful eating, rituali del cibo, camminate consapevoli e pratiche spirituali. È probabilmente il summit agroalimentare più insolito mai organizzato: il primo Global Conscious Food Systems Summit, in corso dal 31 agosto al 4 settembre, vuole mettere la “coscienza” al centro delle politiche sul cibo.
L’iniziativa è promossa dal governo del Bhutan insieme alla Conscious Food Systems Alliance e all’Undp, il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. A Paro sono arrivati quasi 450 partecipanti da oltre 60 Paesi. Tra loro leader politici, scienziati, esperti di sistemi alimentari, agricoltori, attivisti, rappresentanti delle popolazioni indigene e figure legate alle pratiche contemplative.
La parte più insolita è proprio il programma. Durante una delle sessioni i partecipanti vengono guidati in una pratica di mindful eating da Thomas Legrand dell’UNDP, seguita da una preghiera del vescovo di Mumbai Allwyn D’Silva, organizzata in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato. In chiusura, rappresentanti dei popoli indigeni di America, Oceania, Asia, Africa ed Europa conducono invece un rituale collettivo di gratitudine alla Madre Terra.
Sul tavolo, però, non ci sono solo pratiche contemplative. Uno dei filoni più concreti riguarda il rapporto tra agricoltori e consumatori: mercati contadini, filiere corte, prezzi equi, acquisti pubblici, mense scolastiche, ruolo degli chef e modelli capaci di rafforzare la fiducia tra chi produce e chi mangia. La definizione utilizzata dal summit è “mindful markets”: mercati consapevoli nei quali prezzo, provenienza e relazione con il produttore diventano parte della scelta alimentare.
Un altro capitolo riguarda le conoscenze tradizionali e indigene. Il summit prova a capire se tecniche agricole ancestrali, culture alimentari locali e sistemi di gestione comunitaria della terra possano diventare strumenti contemporanei contro perdita di biodiversità e fragilità delle filiere. Non si tratta quindi soltanto di preservare ricette o rituali, ma di studiare modelli agricoli che sono sopravvissuti per generazioni proprio grazie a un rapporto diverso con suolo, acqua e comunità.
C’è poi un tema poco discusso nei summit agricoli tradizionali: la salute psicologica degli agricoltori. CoFSA lavora da anni sul benessere e sulla resilienza mentale di chi produce cibo, partendo dall’idea che stress economico, isolamento, eventi climatici estremi e incertezza dei raccolti non siano elementi marginali del sistema alimentare. Nel suo modello, sostenibilità significa quindi anche comunità agricole psicologicamente più resilienti.
Tra le pratiche sperimentate dalla rete figurano mindfulness, comunicazione non violenta, connessione con la natura, esercizi di ascolto del paesaggio e persino sessioni sulla “coltivazione della gioia”, dove il riso viene utilizzato come esercizio per ridurre stress e aumentare la resilienza. CoFSA propone inoltre percorsi formativi per funzionari pubblici, imprese e operatori agroalimentari che includono lavoro sui pregiudizi, capacità di ascolto, collaborazione e relazione con l’ambiente.